Brusaporto (BG), 28 aprile 2026 – La (troppo) lunga sequenza di incidenti sul lavoro all’interno di spazi confinati, continua inesorabilmente ad allungarsi. Apprendiamo dalla stampa dell’ennesimo incidente che, stando alle fonti disponibili, si sarebbe verificato a seguito dell’ingresso di personale nel serbatoio di un’autocisterna dopo la discarica della stessa in uno stabilimento che opererebbe, fra le altre cose, nel settore del recupero e trattamento rifiuti, inclusi quelli provenienti da spurghi e bonifiche di serbatoi. Su cinque operatori coinvolti nell’incidente, due sarebbero rimasti intossicati gravemente dalle esalazioni di acido solfidrico e sono stati ricoverati in condizioni gravi all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

L’acido solfidrico è noto dalla notte dei tempi per la sua pericolosità. Si sviluppa in processi di degradazione di materia organica in carenza di ossigeno (anossia) ed è presente nel petrolio grezzo e derivati petroliferi. Ha un tipico odore di uova marce ma ha la particolare proprietà di anestetizzare il nervo olfattivo con la conseguenza che, dopo pochi istanti, un soggetto che ha percepito questo odore non lo percepisce più pur rimanendo esposto a questo gas. È un gas più pesante dell’aria, tossico anche a basse concentrazioni (il limite di esposizione professionale ponderato sulle 8 ore lavorative varia da 1 a 5 parti per milione a seconda delle norme di riferimento) e può sprigionarsi anche a seguito di movimentazione di fondami di serbatoi o per reazione chimica fra residui di bonifiche e prodotti utilizzati per il lavaggio del serbatoio.

È necessario un passo in avanti verso un aumento della cultura della sicurezza

Incidenti simili ne sono avvenuti molti in questi anni, eppure continuano a succedere. Non crediamo che sia utile o sufficiente inasprire le pene o appesantire la burocrazia. La competenza tecnica acquisibile con corsi di formazione di qualche ora non potrà mai raggiungere i livelli di conoscenza e competenza frutto di un percorso accademico, riconosciuto da un esame di stato e suggellato dall’appartenenza ad un ordine professionale.

I professionisti chimici, professionisti sanitari, sono da sempre impegnati in questo settore per prevenire l’insorgenza di incidenti come questi. L’analisi chimica preventiva dell’atmosfera interna agli spazi confinati, la valutazione di possibili reazioni chimiche, la conoscenza dei processi di bonifica e di origine del materiale presente in questi spazi, i materiali di costruzione, la ventilazione e così via, sono solo alcuni degli aspetti che devono necessariamente essere valutati.

Nel caso specifico, se veramente si trattasse di esalazioni di acido solfidrico, la misurazione della concentrazione di questo gas in aria può avvenire con strumenti portatili, di utilizzo semplicissimo ed intuitivo e dal costo assolutamente raggiungibile. Sarebbe davvero intollerabile pensare che questi lavoratori non ne fossero provvisti. Ma a monte deve esistere una professionalità, che non si può acquisire se non attraverso un lungo periodo di studi accademici, ad aver valutato correttamente i rischi.

Come FNCF non possiamo che invocare il rispetto del D.P.R. n.177 del 2011 e nonostante tali norme siano adeguate a valutare preventivamente i rischi e ad intraprendere le necessarie azioni in sicurezza, per l’ennesima volta assistiamo a eventi che probabilmente derivano da negligenza e scarsa formazione. Ricordiamo i cinque morti di Molfetta nel 2008, i quattro morti di Adria del 2014, i cinque morti di Casteldaccia nel 2014 fino all’incidente di ieri. L’insidia, per questi casi, è sempre la stessa, quell’acido solfidrico che si può formare in condizioni anossiche in rifiuti non stabili dal punto di vista chimico e biochimico. Si rende quindi sempre più necessario che gli operatori abbiano l’adeguata formazione a riguardo e la disponibilità di strumenti di protezione e prevenzione indispensabili a tale attività in sicurezza.

La Federazione Nazionale dei Chimici e dei Fisici augura anzitutto che i lavoratori coinvolti in questo incidente si riprendano senza conseguenze permanenti e resta a disposizione delle istituzioni per fornire il supporto che dovesse rendersi necessario per l’implementazione di percorsi normativi che possano implementare un meccanismo virtuoso di crescita della consapevolezza del rischio.