La riforma degli Istituti Tecnici che il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) portata avanti col D.L. 45/2025 è un problema di grande urgenza, soprattutto per quanto riguarda il futuro dell’insegnamento di materie scientifiche come la Chimica e la Fisica. Il provvedimento ministeriale riduce drasticamente lo spazio curricolare delle discipline scientifiche. Accorpa queste materie fondamentali – come anche le Scienze naturali – in un unico contenitore chiamato “Scienze Sperimentali”.

Diversi esponenti del mondo scolastico e professionale, come il chimici Francesco Finori e Rosario Saccà, membro del Consiglio dei revisori della nostra Federazione. Entrambi hanno redatto lettere di allarme al MIM. Vi si denuncia il rischio di una grave perdita di qualità nella formazione dei giovani e una forte penalizzazione lavorativa per i laureati nel nostro settore. Abbiamo contattato il dottor Saccà per saperne di più.

I nuovi quadri riducono le ore delle scienze sperimentali nel primo biennio da sedici a sole nove. Quali ricadute prevedete per le opportunità di impiego nel settore pubblico dell’istruzione per i giovani laureati in Chimica e Fisica?

«La riduzione del monte ore nelle scienze sperimentali genera un impatto diretto e negativo sulla stabilità degli organici, con conseguente contrazione delle cattedre. Meno ore significano meno posti in organico di diritto, aumentando il fenomeno delle soprannumerarietà per i docenti di ruolo e riducendo drasticamente le possibilità di immissione per i giovani laureati (classi di concorso A-20 e A-27 per la Fisica, A-34 per la Chimica)».

Inoltre si accentuerà la precarizzazione dovuta alla frammentazione delle ore. Questa frammentazione costringe spesso i neo-docenti a completare l’orario su più istituti (cattedre orario esterne), rendendo la professione meno attrattiva rispetto al settore industriale o della ricerca privata. La riforma spinge verso una polivalenza che penalizza gli specialisti: A-34 (Scienze e tecnologie chimiche), riservata ai laureati in Chimica. Se la disciplina viene accorpata in un asse unico di Scienze, le scuole potrebbero preferire docenti della classe; A-50 (Scienze naturali, chimiche e biologiche), che hanno un’abilitazione più ampia ma meno specifica sulla chimica pura, per coprire più materie con un solo organico; A-20 (Fisica); spesso sacrificata rispetto alla classe A-27 (Matematica e Fisica). Nei nuovi quadri orari ridotti, la tendenza è assegnare le poche ore di fisica a chi può insegnare anche matematica, rendendo il fisico puro una figura sempre meno richiesta, se non nei licei scientifici d’élite».

La contrazione delle ore di laboratorio e l’accorpamento delle discipline nel primo biennio (le cosiddette Scienze Sperimentali) colpiscono anche alcune specifiche classi di concorso, mettendole a rischio di esubero o di una lenta sparizione organica, i docenti di laboratorio, Insegnanti Tecnico Pratici (ITP), delle classi di concorso B-12 (Laboratori di scienze e tecnologie chimiche e microbiologiche) e B-03 (Laboratori di fisica). Inoltre, la riduzione delle ore nel biennio crea un gap cognitivo che i docenti devono colmare nel triennio. Il recupero del gap cognitivo costringerà a svolgere dei programmi compressi perché si dovranno recuperare le basi non consolidate (come la stechiometria per la chimica o il formalismo matematico per la fisica)».

«Quindi, il programma del triennio diventa una corsa contro il tempo per arrivare ai quesiti della Seconda Prova scritta. C’è da considerare anche il fatto che ultimamente l’Esame di Stato valorizza sempre più le esperienze dei Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento alternanza (PCTO). Il rischio è che la prova orale si sposti più sulla narrazione dell’esperienza in azienda che sulla verifica del rigore scientifico e metodologico. Il percorso di scuola superiore viene accorciato a 4 anni, seguiti da 2 anni presso gli ITS Academy (Istituti Tecnologici Superiori). L’obiettivo dichiarato è un allineamento più rapido con il mondo del lavoro. La riforma, prevista a regime per l’anno scolastico 2026/2027, comporta una rimodulazione delle discipline. Una delle novità più criticate riguarda l’accorpamento di Fisica, Chimica e Scienze Naturali in un unico contenitore nel primo biennio. Questo accorpamento genera il timore di un taglio effettivo delle ore dedicate alle singole specificità disciplinari».

Alcuni docenti sostengono che la contrazione della cultura scientifica crei i presupposti per una regressione del pensiero critico, privando gli studenti del metodo scientifico necessario per interpretare la realtà e trasformandoli in semplici esecutori per le imprese. Condivide questa forte preoccupazione sulle conseguenze sociali e pedagogiche del riordino?

«La preoccupazione è ampiamente condivisa da gran parte della comunità scientifica e accademica. Il metodo scientifico non serve solo a formare tecnici, ma a insegnare a distinguere tra fatti e opinioni. Ridurre le scienze a una semplice infarinatura trasforma l’istruzione da educazione intellettuale a formazione funzionale, dove lo studente impara a fare senza necessariamente capire il perché. In un’epoca di fake news e sfide globali (cambiamento climatico, transizione energetica), privare i giovani degli strumenti della chimica e della fisica significa indebolire la loro capacità di partecipare al dibattito pubblico in modo informato».

Quale modello alternativo potrebbe valorizzare davvero le competenze specifiche dei chimici e dei fisici senza mortificare il lavoro delle scuole?

«Un modello efficace dovrebbe basarsi sulla centralità del laboratorio. Insegnamento laboratoriale integrato: non solo semplici lezioni frontali, ma ore di compresenza sistematica tra docente teorico e assistente tecnico (ITP), valorizzando la specificità della materia. Con la pratica, la teoria si apprende facilmente e rimane impressa nella mente. Verticalizzazione dei curricula: Inserire le scienze sperimentali in modo strutturato fin dal primo anno, non come moduli isolati ma come asse portante del metodo di studio. Orientamento attivo: Collaborazioni strutturate tra scuole e ordini professionali (Chimici e Fisici) per mostrare l’applicazione reale delle competenze, senza però piegare il programma scolastico alle sole esigenze contingenti delle imprese locali».

Quali iniziative concrete intende mettere in campo la Federazione per tutelare la qualità dell’insegnamento scientifico e per portare queste criticità all’attenzione delle istituzioni competenti?

«Le azioni concrete che le rappresentanze professionali e sindacali solitamente intraprendono includono audizioni presso le Commissioni Cultura di Camera e Senato per emendare i quadri orari e richiedere il ripristino delle ore tagliate. Accordi con il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) per garantire che i PCTO (ex alternanza scuola-lavoro) siano di alta qualità scientifica e non meramente esecutivi. Collaborazione con società scientifiche (come la Società Chimica Italiana o la Società Italiana di Fisica) per produrre documenti di posizione che evidenzino il rischio di impoverimento culturale del Paese. Gli Ordini Professionali, rappresentati dalla Federazione Nazionale dei Chimici e dei Fisici , si trovano oggi in una posizione di netta contrapposizione rispetto a queste riforme, muovendosi su tre direttrici principali per contrastare la svalutazione dei titoli accademici. L’Ordine contesta il concetto di “Scienze Sperimentali” come contenitore unico».

«Denuncia che affidare la chimica a un biologo o la fisica a un matematico (pratica comune per saturare le cattedre) abbassi la qualità dell’insegnamento. Si adopera presso Ministero dell’Istruzione (MIM) affinché le classi di concorso A-34 (Chimica) e A-20 (Fisica) restino le uniche titolate a insegnare i nuclei fondanti delle rispettive materie, limitando l’uso delle “classi atipiche” (come la A-50) che finiscono per erodere i posti ai laureati specialisti. Un altro punto legale più forte che si può utilizzare è quello del Rischio Chimico e Fisico. La gestione di un laboratorio scolastico comporta responsabilità civili e penali. Un docente non specialista (es. un laureato in lettere che copre ore di scienze in una media, o un biologo in un laboratorio di chimica complessa) potrebbe non avere le competenze certificate per la valutazione dei rischi. Solo chi è iscritto all’Albo (o possiede il titolo accademico specifico) può firmare i protocolli di sicurezza e gestire lo smaltimento dei reagenti, rendendo di fatto “indispensabile” il chimico o il fisico puro all’interno dell’organico scolastico».

«Nella riforma “4 + 2” (quattro anni di Istituto Tecnico e due anni di Istituto Tecnologico Superiore (ITS) le scuole possono chiamare esperti dalle imprese. Per tutelare il titolo di Chimico e Fisico, questi esperti, se chiamati a svolgere attività didattica frontale su temi di chimica o fisica, siano comunque professionisti iscritti all’Albo. L’obiettivo è evitare che un perito o un tecnico esperto “senza laurea” sostituisca un docente laureato, declassando la funzione docente a mero addestramento tecnico».

«Infine, la riduzione delle ore curricolari di Chimica e fisica è un attacco al valore legale del titolo di studio perché, un diploma “certifica” competenze chimiche e fisiche basate su metà delle ore precedenti, per cui il timore è che il mercato del lavoro (e le università) inizino a declassare i diplomati italiani. Pertanto, la Federazione deve proporre l’inserimento nei decreti attuativi dei “livelli minimi di competenza” che non siano raggiungibili senza un monte ore adeguato di laboratorio, vincolando così il Ministero a non scendere sotto una certa soglia di lezioni pratiche».