Il recente decreto legato al PNRR ha ridisegnato il volto degli istituti tecnici e professionali, eppure, dietro le belle parole sulla modernizzazione, si intravede un rischio enorme per le nostre scuole. A partire dal 2026, la presunta necessità di rincorrere un mercato del lavoro in continua e frenetica trasformazione tecnologica spinge il Ministero a una riforma che ha tutta l’aria di un pericoloso salto nel buio. Come Federazione Nazionale dei Chimici e dei Fisici, sentiamo il dovere di lanciare un avvertimento chiaro e diretto al Ministro Valditara: non possiamo sacrificare il nostro storico rigore scientifico solo per la fretta di adeguare i programmi alle mode passeggere dell’Industria 4.0.

La tanto sbandierata autonomia, che permette alle scuole di piegare una fetta dei programmi alle esigenze delle aziende locali, apre di fatto le porte a un’istruzione svalutata e “low-cost”. Si stipuleranno i famosi “Patti educativi 4.0” per stringere i legami con gli ITS Academy e i soggetti privati. Ma a quale prezzo? Incoraggiare l’inserimento dei ragazzi in fabbrica accorpando le scienze sperimentali penalizza gravemente le reali competenze e il merito dei nostri studenti.

C’è poi un nodo che per noi rappresenta una vera e propria linea rossa da non oltrepassare, ovvero chi ci mettiamo dietro la cattedra. L’impianto normativo sembra spalancare le porte delle nostre classi a figure esterne provenienti direttamente dalle imprese, dimenticando un principio basilare. Pretendiamo che le materie di indirizzo restino nelle mani dei docenti laureati e specialisti, appartenenti alle classi A-34 e A-20, arginando una volta per tutte l’abuso di quelle classi di concorso atipiche che umiliano la professione dell’insegnante. Il riconoscimento del valore legale dell’Albo è l’unico vero filtro che abbiamo per tutelare i giovani. Se a insegnare è chi non possiede una regolare abilitazione professionale, la qualità di quello che i ragazzi imparano e soprattutto la loro sicurezza nei laboratori finiscono dritti in fondo alla lista delle priorità, rimpiazzati da ciniche logiche di bilancio.

E a proposito di laboratori, la vera scuola moderna si fa potenziando gli esperimenti, non certo tagliandoli. Trovare meno ore dedicate alla pratica nel primo biennio è una mossa del tutto inaccettabile e il Governo deve assolutamente invertire la rotta. La pratica sperimentale non è un capriccio da studiosi, ma lo strumento fondamentale per costruire il pensiero critico dei futuri cittadini e per garantire la stessa sicurezza nazionale.

Si sente spesso parlare in modo altisonante di “rilancio del Made in Italy” o di “sovranità tecnologica”. Bene, questi traguardi restano semplici illusioni se priviamo i nostri giovani delle solide basi di chimica e fisica, che da sempre rappresentano i motori primari della vera innovazione industriale. Chiediamo a gran voce l’apertura immediata di un tavolo di confronto tecnico-politico. L’Italia ha un bisogno vitale di formare teste pensanti, non semplici braccia da mettere in catena di montaggio, e non lasceremo che la smania di allinearsi rapidamente alle logiche di mercato finisca per spazzare via l’eccellenza della nostra tradizione scientifica.