La polemica tra le categorie professionali sanitarie si accende attorno allo schema di DPR che modifica la disciplina della professione di biologo. La presidente Nausicaa Orlandi, insieme al Comitato Centrale della FNCF, critica duramente il provvedimento e chiede al Governo di sospendere il percorso verso l’emanazione definitiva al fine di apportare i giusti correttivi.
La dottoressa Orlandi va dritta al punto e analizza le posizioni espresse dalla controparte. «Le dichiarazioni del presidente della Federazione degli Ordini dei biologi eliminano ogni possibile equivoco sulla reale portata del provvedimento» chiarisce la Presidente. «Quello approvato dal Consiglio dei ministri non viene presentato come un aggiornamento tecnico dell’ordinamento professionale, ma come un vero e proprio “atto di rifondazione”, destinato a riconoscere nuovi ambiti di attività che si vedono sovrapporsi ad ambiti di altre professioni sanitarie con l’avvio di ricorsi e controversie a tutela delle singole professioni e della correlata salute pubblica».
«È precisamente questa rivendicazione a confermare le preoccupazioni che abbiamo espresso per mesi in sedi istituzionali e al CSS anche alla luce di competenze non confortate da opportuni percorsi formativi con crediti formativi in chimica», ha affermato Orlandi.
Il nodo cruciale riguarda il parere del Consiglio Superiore di Sanità e la reale chiarezza delle nuove regole. «Si afferma che il provvedimento introdurrebbe competenze chiare e inequivocabili – continua la Presidente -. Ma il Consiglio superiore di sanità, per giustificarne la compatibilità con l’ordinamento vigente, è costretto a precisare che attività come analisi, certificazioni, rapporti di prova, controllo degli inquinanti e gestione degli impianti industriali devono essere interpretate esclusivamente dal punto di vista biologico». L’organo consultivo cade in contraddizione omettendo questi dettagli dalla stesura finale.
«Nello stesso tempo, però, ritiene non necessario scrivere questo limite nel testo della norma» prosegue la presidente. Da queste premesse scaturisce una forte falla logica e applicativa. «Le due affermazioni non possono convivere: se per comprendere il confine di una competenza serve un parere interpretativo esterno, quella competenza non è né chiara né inequivocabile, ma soprattutto induce volutamente in errore superando le competenze che il legislatore dal 1928 attribuisce ai Chimici».
La sicurezza necessita regole chiare
La sicurezza dei cittadini e la tutela della salute pubblica necessitano di regole certe e scritte nere su bianco. «Le norme si applicano per ciò che stabiliscono, non per ciò che qualcuno successivamente suggerisce di leggervi. Un limite decisivo per la tutela della salute pubblica e per l’individuazione delle responsabilità professionali non può essere affidato a un inciso contenuto in un parere che non è parte della norma». L’appello si trasforma in una richiesta di trasparenza totale. «Deve essere scritto nella norma in maniera esplicita, puntuale e non equivocabile».
Sull’aspetto puramente accademico, Orlandi difende a spada tratta il percorso formativo dei propri colleghi. «Inoltre la norma non può non tenere conto delle competenze nell’analisi chimica di pertinenza del chimico figura che ha fatto un percorso formativo universitario basato sulla conoscenza della chimica» sottolinea con fermezza. «Inoltre parliamo di una professione sanitaria, che ha responsabilità dei pareri dati perché incidono sulla salute». Un iter di studi troppo vago rappresenta un pericolo per l’intera comunità. «È quindi fondamentale che la formazione sia specifica».
E critica duramente l’assetto didattico generalista. «Non si può pensare a Università che formano su tutto creando di fatto figure che hanno conoscenza generalizzata a scapito della professionalità specifica di ogni formazione». Solo uno studio mirato garantisce risultati inoppugnabili. «È la competenza acquisita negli studi che garantisce la nostra sicurezza e la nostra salute».
Contro le invasioni di campo ingiustificate
«La stessa narrazione proposta dalla Federazione dei biologi dimostra che non siamo davanti alla semplice ricognizione di attività già esercitate, ma al tentativo di trasformare l’evoluzione scientifica di alcuni settori in un ampliamento generalizzato delle competenze professionali – avverte -. L’evoluzione della scienza è un valore, ma non attribuisce automaticamente a una professione le competenze proprie di un’altra». Orlandi traccia un confine netto tra le discipline. «Tra la conoscenza di un fenomeno biologico e la responsabilità della produzione, della validazione e della certificazione di un dato chimico esiste una differenza sostanziale».
La semplice abilità nell’usare un macchinario non basta a garantire l’affidabilità scientifica o a certificare i documenti finali. «Non basta utilizzare uno strumento analitico per acquisire la competenza professionale necessaria a scegliere il metodo, verificarne l’appropriatezza, validare il risultato, sottoscrivere un rapporto di prova e rispondere delle sue conseguenze – spiega la Presidente -, illustrando un grave gap curriculare tra le due facoltà. «Sono responsabilità che richiedono una formazione universitaria specifica». I numeri confermano questa discrepanza nei piani di studio universitari.
«Nell’analisi comparativa prodotta dalla Federazione, sei dei dieci corsi di laurea esaminati che consentono l’accesso alla professione di biologo non prevedono alcun credito formativo in chimica, mentre nei percorsi che conducono alla professione di chimico i crediti nelle discipline chimiche sono incomparabilmente più numerosi». Nessun capriccio di categoria, ma una garanzia di qualità per la cittadinanza. «Non è una rivendicazione corporativa: è la differenza tra conoscere un dato e assumersene la responsabilità scientifica, professionale e giuridica».
Conclusioni
La Presidente esprime grande scetticismo sull’efficacia pacificatrice del nuovo decreto. «Presentare questo provvedimento come lo strumento che porrà fine alle controversie tra professioni è dunque fuorviante – chiosa Orlandi -. Una norma che utilizza espressioni generiche e demanda a successive interpretazioni la delimitazione delle competenze non elimina i conflitti: li incorpora nel proprio testo, li moltiplica e li trasferisce nelle strutture sanitarie, nei laboratori, nelle amministrazioni pubbliche e, inevitabilmente, nelle aule di giustizia».
La rottura tra gli ordini professionali non riguarda dunque l’aggiornamento in sé, ma l’annullamento della chiarezza legislativa. «La Federazione dei chimici e dei fisici non contesta il diritto dei biologi a vedere riconosciuta l’evoluzione della propria professione. Contesta che tale evoluzione avvenga cancellando dal testo i limiti previsti dalla legge istitutiva, dalla normativa vigente e dalla giurisprudenza, e sovrapponendo ambiti professionali senza una corrispondente e verificabile base formativa».