Ricordo bene una delle prime volte in cui, da giovane ricercatrice, ho seguito una sintesi complessa in laboratorio con un gruppo di studenti. La reazione sembrava procedere secondo i manuali, ma al termine l’analisi mostrò che il prodotto atteso non c’era. Nel silenzio un po’ deluso che calò nel laboratorio, mi accorsi che quella era la vera lezione da trasmettere: il valore dell’imprevisto, la capacità di leggere i dati con mente aperta e di trasformare un “errore” in un nuovo punto di partenza. È stata una delle prime occasioni in cui ho sentito con chiarezza che la scienza non è fatta di certezze statiche, ma di percorsi dinamici. 

Quell’episodio mi accompagna ancora oggi, ora che sono chiamata a guidare l’Università di Torino. Dopo anni passati a progettare molecole e a insegnare chimica organica, la mia nuova attività si concentra prevalentemente sulla governance. È un cambiamento profondo, ma non una rottura. Molto di ciò che ho imparato in laboratorio e in aula, delle difficoltà attraversate, si trasforma in un metodo per affrontare la complessità della gestione universitaria. 

Come ricercatrice prima e poi come docente ho appreso che raccogliere e leggere i dati è fondamentale per assumere decisioni; l’essere chimica mi ha aiutato ad accettare l’incertezza. In laboratorio gli errori aprono nuove strade; non sono ostacoli da nascondere, ma occasioni per innovare. Infine, la chimica mi ha insegnato che nulla si costruisce in solitudine. La ricerca è sempre il frutto di una rete di collaborazioni, di scambi internazionali, di sinergie interdisciplinari. 

Oggi, da rettrice, queste dimensioni diventano strumenti preziosi per guidare una comunità vasta e diversificata. Dall’attitudine al dialogo e al confronto interdisciplinare, sino al leggere con attenzione i dati, al dar valore anche agli errori e all’assumere l’incertezza come elemento fondante della realtà, credo che il percorso da chimica influenzi profondamente il mio approccio all’organizzazione e renda evidente quanto ogni disciplina possa offrire strumenti originali alla governance universitaria. 

È vero, nel nostro tempo e nel nostro Paese, non è frequente che un chimico organico arrivi a guidare un grande Ateneo. So, anche per esperienza personale, che una delle difficoltà più comuni per chi si occupa di chimica è la conciliazione tra tempi di ricerca, attività didattica e responsabilità istituzionali. Si tratta di tre sfide che richiedono dedizione totale: tenerle insieme non è semplice, ma insegna a costruire un metodo fondato sulla disciplina, sulla capacità di definire priorità e sulla collaborazione, dentro e fuori l’Ateneo. 

Proprio di qui, tuttavia, credo l’Università debba e possa partire per crescere L’Università cresce solo se è aperta, se sa creare alleanze con altre istituzioni, con il territorio e con il mondo produttivo. 

La chimica è per me non solo una disciplina, ma un modo di pensare. Ed è con questo sguardo che affronto la sfida della governance universitaria, convinta che rigore, creatività e capacità di trasformare vincoli in opportunità possano innescare una trasformazione continua di conoscenza, competenze e valori, capace di generare nuova energia per la società. In questo senso, il mio percorso rappresenta anche una novità: essere la prima donna chimica a ricoprire il ruolo di rettrice in Italia è certamente un fatto che porta con sé un valore simbolico. Ma questo dato personale ha senso solo se diventa stimolo universale: ogni disciplina, ogni percorso, ogni voce diversa può arricchire la guida delle nostre istituzioni accademiche. 

In questo percorso, sapere di appartenere a una comunità come quella della Società Chimica Italiana, che da sempre sostiene la crescita e la visibilità dei chimici nel Paese, è per me motivo di orgoglio e di responsabilità.

 

di Cristina Prandi.

Rettrice Università di Torino.

per LA CHIMICA E L’INDUSTRIA online

| ANNO IX | N° 5 | SETTEMBRE/OTTOBRE 2025

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