Il dottore in chimica Pasquale Sgrò, calabrese d’origine ma cittadino lucchese, per decenni ha svolto il ruolo di ispettore del lavoro, entrando quotidianamente nelle fabbriche e nei cantieri del Centro Italia. Oggi, trasferendo la sua esperienza tecnica nel campo letterario, affronta con urgenza il dramma delle morti sul lavoro, un tema che gli sta a cuore da tempo. Il suo romanzo, L’altro ispettore – Vietato pensare (edito da Corbaccio), ha generato l’omonima serie TV in onda in prima serata su Rai 1. Si tratta della prima fiction italiana a mettere davvero al centro la sicurezza.
Il protagonista, l’ispettore Domenico Dodaro, indaga non il crimine tradizionale, ma «la verità tecnica che precede la tragedia», cercando le responsabilità che rendono l’incidente inevitabile. Sgrò afferma con forza che «la sicurezza non è una voce di bilancio, ma di coscienza», evidenziando come l’incuria, e non la fatalità, causi quasi sempre le tragedie. Il suo lavoro usa il mezzo narrativo per portare il cantiere e i reparti produttivi in prima serata, con l’obiettivo dichiarato di fare «coscienza civile» e togliere l’anonimato alle statistiche degli infortuni, chiedendo di guardare dentro i luoghi in cui troppe volte accade l’irreparabile. La prevenzione, come sostiene l’autore, deve diventare un gesto di maturità civile. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.
Lei ha spesso sottolineato che la sicurezza non è una voce di bilancio, ma di coscienza, e che dietro la maggior parte delle tragedie sul lavoro non c’è il destino, ma l’incuria. In base alla sua lunga esperienza di ex ispettore del lavoro, quali sono gli errori o le “scorciatoie” più comuni che gli imprenditori confondono con l’efficienza, e che trasformano di fatto il luogo di lavoro in una scena di rischio seriale?
«La fretta, il sovraccarico di lavoro, la scarsa organizzazione del lavoro stesso e le, variabili incontrollate del ciclo di lavoro. A questi si sommano catene di leggerezza nell’organizzazione del lavoro e l’idea che la produttività possa essere misurata senza protezione. Infine la mancanza di un linguaggio responsabile per cui parole come fatalità, destino, tragica casualità diventano giustificazioni di azioni che cancellano le responsabilità e cancellando assolvono. È più comodo parlare di tragica conseguenza, ma la fatalità è la maschera dell’irresponsabilità».
Il suo protagonista, Domenico Dodaro, è impegnato nella ricerca della verità tecnica che precede la tragedia, un compito spesso solitario e scomodo. Nelle sue storie, che cosa rappresenta il confine labile tra “lecito e consentito” che Dodaro si trova a indagare, e come si traduce nel concreto la difficoltà di un ispettore nel superare l’omertà o la paura di parlare che riscontra tra gli operai e i testimoni?
«L’ispettore del lavoro Domenico Dodaro non è un eroe che salva il mondo, ma un funzionario che lo misura, lo documenta cercando la verità tecnica che precede la tragedia. Anche nella realtà spesso l’ispettore del lavoro, come Dodaro, fa domande scomode in cui entrano in gioco conflitti umani, risparmio sui dispositivi di protezione, formazione superficiale, tempi di produzione legati al “dovuto” e non al “possibile”».
«In questa condizione è facile confondere le responsabilità per cui il lavoratore ha paura di parlare per non essere coinvolto o, peggio ancora, per il timore di essere licenziato. È vero che anche i lavoratori hanno debiti e crediti di sicurezza e che “devono prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro…”, ma bisogna far capire a tutti i soggetti in gioco qual è la catena di responsabilità e che non esiste la colpa unica. Su queste basi la prevenzione deve diventare un gesto di maturità civile».
Nel suo lavoro si mette in luce una criticità istituzionale fondamentale nel sistema italiano, ovvero la sovrapposizione di competenze e la carenza di ispettori, che di fatto lascia migliaia di aziende senza verifiche per anni. Quali riforme pratiche, oltre all’aumento del personale, potrebbero realmente armonizzare gli sforzi di vigilanza?
«Avere un unico Servizio Ispettivo Nazionale in cui confluiscono tutti gli Organismi tecnici che si occupano di sicurezza e salute sul lavoro, con una banca dati generale e un’alta professionalità specifica degli ispettori (es. ingegneri, medici, chimici, fisici, biologi…). Oggi ci sono più Enti preposti alla vigilanza sulla sicurezza, che agiscono per proprio conto, senza interfacciarsi. Di conseguenza le competenze si sovrappongono e a volte nasce un contenzioso giurisdizionale, i linguaggi si confondono e quindi le responsabilità si diluiscono. Il tutto a discapito di un vero progetto di prevenzione nazionale».
Attraverso il romanzo e la serie tv L’altro ispettore, lei porta il cantiere e i reparti produttivi in prima serata con l’obiettivo di fare “coscienza civile” e di “togliere l’anonimato alle statistiche degli infortuni”. Qual è il messaggio più urgente che il mezzo narrativo può veicolare al grande pubblico in modo più efficace rispetto al servizio di cronaca?
«Raccontare come accadono gli infortuni e spiegare cosa significa prevenire. Far capire che gli infortuni non possono diventare statistica, ma restano nella vita perché lasciano tracce indelebili anche nei parenti dell’infortunato: stravolgono la vita di intere famiglie e di comunità. Gli episodi della serie tv, senza cadere nella falsa moralità, aiutano un grande pubblico a prendere dimestichezza col mondo del lavoro e con le “stragi” che al suo interno si perpetrano (oltre 3 morti al giorno, più di quanti ne fa la criminalità organizzata), far riflettere che spesso gli infortuni avvengono per banali errori o superficialità e far capire quanto siamo bravi a ignorare il pericolo quotidiano».
Lei ha enfatizzato che la sicurezza richiede formazione tecnica, e non improvvisazione, criticando l’idea che figure non preparate possano redigere documenti cruciali come il DVR (Documento di Valutazione dei Rischi). Come può l’Italia garantire che la prevenzione diventi un’“educazione dello sguardo” e un “gesto di maturità civile”, richiedendo una formazione specialistica e riconoscendo che la vita di un “operaio” ha la stessa dignità di qualsiasi altra?
«È bene fare una premessa e ricordare che il termine sicurezza deriva dal latino “sine-cura”, “senza preoccupazione”. Ed essere senza preoccupazione presuppone creare le condizioni di vivere, studiare, lavorare in sicurezza. Questo è un processo culturale che non lo si apprende in età matura, bensì lo si costruisce nel tempo attraverso certo l’esperienza ma anche e soprattutto tramite la riflessione e la costruzione di un sé che ci porta a considerarci in relazione con gli altri e con la realtà circostante. Alla base di un tale progetto ci dev’essere la scuola. Insegnare (a partire dalle elementari) ai futuri operai, dirigenti, imprenditori, i concetti base per vivere in sicurezza, riconoscendo che ogni mansione ha il suo valore sociale non meno di un’altra. Far sì che si crei una mentalità per cui fare sicurezza sia un bagaglio che tutti hanno come normalità del vivere quotidiano. In definitiva promuovere la cultura della sicurezza fin dalla più giovane età significa fare anche educazione alla convivenza civile, in cui ci sia rispetto e dignità per ogni essere umano».